venerdì, novembre 16, 2007

Riforme istituzionali à la Sarkozy


L’arrivo al potere di Sarkozy è coinciso, coerentemente con quanto proposto in campagna elettorale, con la proposizione di un deciso programma di riforme, non ultime quelle istituzionali. La Quinta Repubblica ha dato alla Francia una stabilità politica soprattutto grazie alla stesura, nell’ottobre del 1958, dell’attuale costituzione, permettendole tra l’altro di superare indenne crisi economiche, guerre e il processo d’integrazione europea. Tuttavia si avverte oggi la necessità di modificare tale costituzione, che paga lo scotto del distacco tra la teoria di alcune sue previsioni e la prassi politica, a detrimento della chiarezza sul rapporto tra Presidente e Parlamento.
Il Comitato Balladur, istituito nel luglio 2007 e presieduto dall’omonimo ex primo ministro, ha presentato all’attuale presidente un rapporto con 77 proposte di riforme istituzionali urgenti per il paese.
Per quanto diverse, le discrasie tra teoria costituzionale e prassi politica in Francia sono numerose così come in Italia, e riguardano l’effettiva detenzione del potere Esecutivo e i suoi rapporti con il Parlamento e i cittadini. Le pratiche presidenziali, suffragate da alcune riforme del passato, hanno ampiamente disatteso l’articolo 20, secondo il quale «il governo determina e conduce la politica della nazione» e dell’articolo 5, per cui il Presidente non ha altri poteri che di vegliare sul rispetto della costituzione, assicurare il regolare funzionamento dei poteri pubblici e la continuità dello stato, ed essere garante dell’indipendenza nazionale. Inutile notare come De Gaulle, Pompidou, Giscard d’Estaing, Mitterrand, Chirac e ora Sarkozy hanno de facto definito la politica interna ed estera della Francia in accordo col Parlamento, ma con più di qualche spinta propositiva.
La «présidentialisation» francese pone dunque problemi d’incoerenza costituzionale, che Sarkozy mostra di voler risolvere con pragmatismo e buon senso: data la ferma opposizione del Partito Socialista e lo scarso entusiasmo dello stesso Balladur, il Presidente ha deciso di non modificare i suddetti articoli, ma d’inserire la possibilità per il Capo dello Stato di esprimersi davanti al Parlamento, anche in sessione plenaria; il dibattito successivo non sarebbe seguito da voto. D’altra parte, le garanzie per il Parlamento riprese dal rapporto sarebbero: un aumento del numero di commissioni permanenti; l’esame in seduta pubblica del testo adottato in commissione; la riforma della procedura d’urgenza; la possibilità per il Parlamento di adottare risoluzioni, ivi incluse quelle sulla politica estera e di difesa. Il Presidente, inoltre, vedrebbe limitato l’esercizio del proprio potere di grazia, sottomesso al controllo di una commissione di saggi.
Altra proposta accettata da Sarkozy è quella inerente la limitazione del cumulo di cariche politiche, per cui è previsto «il rafforzamento di sanzioni contro l’assenteismo» o «la concessione di mezzi supplementari per i parlamentari che fanno la scelta del mandato unico».
Sulla legge elettorale, preferirebbe che al Senato fosse estesa una parte proporzionale al fine di rappresentare la diversità d’opinioni del paese.
La parte riservata ai rapporti tra cittadini e istituzioni è tra le più interessanti, e prevede l’apertura della composizione del CSM e la possibilità di ricorso al Consiglio costituzionale da parte dei cittadini, oltre che l’istituzione di un «difensore dei diritti fondamentali».
Sarkozy ha inoltre chiesto che la composizione, il ruolo e lo stesso nome del Consiglio economico e sociale siano modificati, perché esso «faccia posto ai giovani, agli studenti, alle ONG e alle grandi correnti spirituali».
Sembra di poter concludere che le previste riforme mirano nel complesso a una legittimazione dell’attuale presidenzialismo e alla governabilità del paese; tutto ciò nel massimo rispetto del ruolo del Parlamento e soprattutto con un ampliamento della trasparenza decisionale nei confronti dei cittadini, che acquisiscono nuovi diritti e vedono tutelato un fondamentale principio democratico: il governo della maggioranza. Cercasi un Sarkozy per l’Italia!

lunedì, settembre 24, 2007

Il Partito Socialista francese alla resa dei conti


Il principale partito della gauche francese è in confusione: la batosta elettorale delle presidenziali e la crescente popolarità di Sarkozy hanno contribuito ad aggravare la crisi d’identità del Parti Socialiste e provocato, puntuale, la caccia al colpevole.
Storicamente, il fenomeno partitico non è particolarmente radicato in Francia, essendo contestato a sinistra, in nome dell’anarco-sindacalismo, e a destra, in nome dell’identità nazionale che i partiti dividono. I pochi partiti rappresentati in Parlamento (a motivo del sistema maggioritario a doppio turno e dello sbarramento del 12,5% per presentarsi al secondo turno), sono strutturati come piccole organizzazioni, in termini di aderenti e ancor più di militanti, dall’attività intermittente ed essenzialmente elettorale.
Appare, però, chiara una cosa: solo a destra la frammentazione partitica è stata sostanzialmente spazzata via, con la creazione, nel 2002, dell’UMP, la cui presidenza venne assunta due anni dopo da Nicolas Sarkozy. Il Front National di Le Pen non sembra in grado di ripetere l’exploit delle presidenziali del 2002 (secondo turno conquistato col 16,8% dei suffragi), mentre l’UDF del centrista Bayrou ha dimostrato di guardare maggiormente a sinistra.
La gauche plurielle, trova, invece, la sua debolezza proprio nella sua pluralità: il Partito Socialista ha alla propria sinistra Partito Comunista, Verdi, Radicali di sinistra, indipendenti di (estrema) sinistra la cui somma di consensi supera a stento il 10%, eppure, per tradizione storica e confusione valoriale, non riesce a staccarsene definitivamente, tanto che la Royal, in visita alla Festa dell’Unità, ha definito il PD italiano «un esempio da imitare».
Questa confusione di obiettivi si traduce in una palese distanza dal Paese reale: si ricordi come il tema della sicurezza, prioritario per Sarkozy, era stato inserito nel programma della Royal al penultimo punto, persino dopo l’ambiente. Nei dibattiti televisivi pre-elettorali, infatti, una battuta dell’attuale Presidente aveva colpito l’elettorato e i media in modo particolare: «Nella mia concezione della Repubblica, Madame Royal, non è possibile pretendere dei diritti senza doveri».
La tensione tra i quadri del PS è arrivata, quindi, inesorabile. Esempi evidenti ne sono gli attriti già in campagna elettorale tra la Royal e il marito François Hollande, eletto segretario del partito dopo la seconda presidenza di Jospin, e le battute al veleno scambiate per mezzo stampa tra quest’ultimo e la Royal.
Jospin ha, infatti, dichiarato che la Royal non ha «né le qualità umane, né le capacità politiche necessarie per rimettere in marcia il Partito Socialista». Su Libération l’ex Primo Ministro ha inoltre definito la Royal una «illusione», giudicandola «la candidata meno capace di vincere». Dal Québec l’ex candidata ha risposto, seccata: «C’è del sessismo in tutti questi attacchi. […] Se fossi stata Giovanna d’Arco sarei già stata bruciata viva».
Ma la crisi non si riduce al disaccordo tra compagni di partito: per François Hollande, il PS è in crisi non tanto per un problema di leadership, ma perchè «non è più inteso per il più gran numero, perchè non dice nulla di netto, chiaro, comprensibile».
Infine, l’uscita di scena del moderato Dominique Strauss Kanne, destinato alla guida del FMI col benestare americano, ha tolto ai socialisti un uomo di valore.
La stampa francese, anche di sinistra, analizza impietosa il momento del Partito Socialista: Le Monde scrive un giorno sì, l’altro pure, che dalla sconfitta di Ségolène Royal i socialisti «non sanno più a che santo votarsi», e si chiede, con un filo d’angoscia: «Chi prenderà il controllo del Partito Socialista domani? Per dargli quale orientamento? La questione resta aperta, poiché al momento nessuno si impone». Il dibattito interno al partito, necessario, si prospetta particolarmente forte e conflittuale; ma servirà per cambiare la linea rispetto all’indugiante immobilismo e conservatorismo già bocciati dall’elettorato?

venerdì, agosto 17, 2007

Una storia


Riprendo a scrivere su questo blog. Molte cose sono accadute in questi mesi, ma riprendo le fila raccontandovi una storia.

Un bambino, nato in una città del sud Italia, dai sei ai diciannove anni frequentò le migliori scuole della sua città con ottimo profitto. Se non era ogni anno il primo della classe, capitava fosse il secondo. Si dava da fare, gli piaceva studiare, imparare cose nuove. Poi, finita la scuola, decise di trasferirsi a Milano, in un'università importante, dove avrebbe studiato quello che amava: la politica, le relazioni internazionali. La laurea triennale venne da sé, fece tante esperienze all'estero, imparò tre lingue e si avviava a completare felicemente anche la laurea specialistica. Era dall'età di sedici anni che aveva chiaro tutto: avrebbe continuato a impegnarsi per poter, un giorno, diventare un diplomatico. Era il suo sogno, il suo obiettivo. Nel frattempo si era dato da fare anche con la scrittura e con la politica. Aveva fatto tanti amici, si era probabilmente fatto voler bene, da parte sua non aveva mai avuto nemici. Insomma, era un ragazzo come tanti, con un obiettivo davanti a sé, che non si sarebbe lasciato sfuggire per nulla o nessuno al mondo. Ma ora, sente questo sogno svanire, le certezze - dopo chiare avvisaglie - crollano tutt'a un tratto. Ma cosa è successo?

Questo bambino, ora uomo, vive in Italia. Molti di noi dovrebbero esprimere disappunto - al limite della rassegnazione - nei confronti della nostra nazione. Disappunto nei confronti della nostra società, della nostra cultura, del nostro modo di vivere: in breve, di tutto. Si parla dell'Italia, ma quanto di negativo esiste altrove esiste anche qui (non è vero il contrario), dunque il quadro che andrò a presentarvi è completo. Perché, orbene, delusione, schifo, rassegnazione?

Per cominciare, viviamo in un Paese in cui Corona, "vip" e vallette varie sono celebrati come modelli di successo, da seguire. Non parlo di calciatori o simili - che pure straguadagnano divertendosi, e chi pensa il contrario si ricreda -, ma di persone senza alcun merito, che non hanno MAI studiato o lavorato (bei tempi quando si credeva che il lavoro nobilita l'uomo...), che non hanno MAI fatto alcun sacrificio e che quasi inconsapevolmente si trovano travolti dal successo e dal denaro. Questi sono anche quelli che hanno le case e i beni all'estero, che non pagano le tasse e si trovano ubriacati dal successo immeritato.

Dovrei chiedermi la causa del successo di questa gente. Sarà che qualcuno compra le foto o le magliette di Corona? O che qualcuno compra i calendari della Moric? O qualcuno fa la fila per entrare al Billionaire e farsi fotografare con i "vip" di turno? O qualcun altro guarda in tv programmi demenziali che li vedono protagonisti? E che di conseguenza aziende commerciali hanno interesse a sponsorizzare le loro "imprese"? Può darsi... Ma quali che siano le cause, cosa accade agli altri 50 milioni di italiani che non possono permettersi uno yacht o una casa all'estero? Essi sono complici del successo dei loro carnefici, è vero. Cioè dei Corona-"vip"-vallette. Ma tra di loro esistono molte persone intelligenti, umiliate da questa situazione. Persone intelligenti, istruite, con dei valori. Molto spesso non ricche. E queste persone si sentono offese all'udire il nome di questi personaggi.

In secondo luogo, nel nostro Paese le parole "legalità" e "istituzioni" sono barzellette. Pochi rispettano le leggi: pochi, se ubriachi, non guidano; pochi, se sobri, guidano correttamente; pochi, se colpevoli di qualsiasi cosa, pagano; pochi, se giudicati colpevoli, pagano abbastanza; pochi fanno il proprio dovere fino in fondo; pochi rinunciano a essere furbi se glie n'è data la possibilità; molti, insomma, non rispettano le regole del vivere civile. D'altra parte, lo Stato, le sue espressioni o ciò che ne è rimasto delegano le responsabilità di una situazione catastrofica ad altri, a chi non è qui o non c'è più. Così che il bambino - ora diventato uomo - quando torna nella sua città nativa è assediato dai parcheggiatori abusivi, dai lavavetri, dagli scippatori e dai ladri d'appartamento, e un po' più in su i suoi conterranei lo sono dalla monnezza. Tornato a Milano, troverà probabilmente meno chaos, meno criminalità, più civiltà. Ma sempre a un livello insufficiente: la polizia è poca e sottopagata; i giudici sono politicizzati; i pm sono onnipotenti all'atto dell'accusa, ma poi, guarda caso, capita sempre che un assassino sia libero quando non dovrebbe.

Allora il povero bambino - ora uomo - inizia a interrogarsi: cosa fare? E' possibile che non esistano tante brave persone che vogliono cambiare le cose? La politica, una delle sue passioni, inizia a prenderlo: “La politica deve essere servizio, un servizio disinteressato”, sente dire da una persona che guadagna subito la sua stima; così, passo dopo passo, conosce, valuta, organizza. Fonda un gruppo universitario, un giornale, collabora con altri, scrive su blog, organizza banchetti e raccolte firme, segue campagne elettorali... Gli studi vanno brillantemente, come le sue attività collaterali. Stringe mani, conosce moltissime persone e situazioni. Si schiera apertamente con un partito, ne apprezza l'appeal del leader e le sue idee, rinuncia a tutto il suo tempo libero per questo. Ma non vuole fare il politico: il suo obiettivo, il sogno è sempre lì davanti a lui, nonostante le difficoltà, anche perchè inizia a percepire che in politica c'è qualcosa che non va.

Non va che la politica chiede senza dare mai nulla. Non va che una persona come il bambino - ora uomo - non sia chiamato dal suo partito dopo lo sforzo suo e di altri amici e nonostante il suo CV (sta diventando molto pragmatico nel frattempo) a ricoprire qualche incarico. Ma è così - se non peggio - in tutti gli altri partiti, si dice il bambino - uomo. E' così. Poi scopre che quella dei politici è una CASTA, i cui avventori hanno mille privilegi, come i Corona-"vip"-vallette. Almeno - conclude il nostro - questi politici fingono di fare qualcosa, e qualcuno è anche capace di farlo.
Poi scopre l'arroganza di una parte politica che governa senza maggioranza, che permetterà a tutti i parlamentari di percepire una lauta pensione, le sue idee retrograde e conservatrici che allontanano il nostro Paese dai tradizionali alleati e dal buon senso (suvvia, sto parlando dei comunisti, questi sconosciuti), e la sostanziale inconsistenza di tutta la classe politica.

A questo punto, ascoltando ogni giorno al telegiornale o leggendo sul quotidiano di omicidi tra parenti, faide tra mafiosi, estorsioni, rapine, insoddisfazioni di ogni genere, il nostro bambino - ora uomo - decide di chiudere le parentesi politiche ed editoriali per rituffarsi nello studio e riconcentrarsi sul suo obiettivo. Gli esami, si sa, non finiscono mai, e da ben quattro anni passa persino le estati sui libri, in modo da laurearsi il prima possibile e avvicinarsi ulteriormente all'obiettivo. Ma tutto il mondo circostante gli pesa. Non è mai stato un idealista, ma certo ha pensato di poter contribuire a cambiare il mondo in cui vive. Ora è ostinatamente realista, pervicacemente pragmatico. In generale, riesce ad essere ottimista solo perchè ha fede, il che è un gran bel vantaggio. Sa che il Paradiso non si raggiunge in questa vita.

In aggiunta, dopo le menzionate esperienze all'estero, scopre che esiste molto meglio della prestigiosa università di Milano. Non in Italia. Qualcosa di meglio nel suo campo? Eccome. Le lingue le ha imparate altrove, mentre i suoi compagni di corso non le conoscono. Ha appena notato che il servizio relazioni internazionali - da sempre pessimo - ha stabilito che da settembre accetterà studenti solo su appuntamento. Il fratello, poi, - che studia all'estero - gli ha regalato la password della sua università che da' accesso per due anni a praticamente tutte le pubblicazioni scientifiche online, altrimenti a pagamento. Dopo aver visitato Harvard, Yale, MIT, e studiato per un po' in Svizzera e Francia, ha quindi realizzato che la sua Italia è un fallimento persino in campo accademico, nel quale si era rifugiato per sfuggire dalla mediocrità e dall'ingiustizia generale.

Il nostro, amareggiato, cerca online gli stipendi dei diplomatici: dopo aver fatto tanti sacrifici - ed averne fatto fare alla madre anche di superiori in termini economici - non guadagnerà come i Corona-"vip"-vallette, ma almeno vorrà condurre una vita comoda! No: il Segretario di Legazione arriva appena, a Roma - dove ormai il diplomatico trascorre quasi la metà dell'intera carriera - a 2.000 euro lordi al mese; non più brillante è la retribuzione dei gradi intermedi, mentre un ambasciatore - nominato, a fine carriera, dal governo in carica - può arrivare a 6.000 euro, nulla incluso.

Il nostro bambino - ora uomo - ancora nel mezzo dei suoi studi, si ribella scrivendo questo post, su un blog che nessuno leggerà, ma ormai da una certezza passa ad un’altra: schifato dall’Italia, la sua vita la passerà altrove.

martedì, gennaio 23, 2007

Anche i giovani di Forza Italia contro Prodi


Mirko Montuori*


In qualità di responsabile del gruppo Studenti per le libertà dell’Università Cattolica vorrei precisare alcune cose in riferimento alla contestazione per l’assegnazione di una laurea honoris causa a Romano Prodi da parte della nostra università.
La protesta ha avuto grande risalto su tutti i media italiani, sebbene pochi se ne siano occupati con perizia. Non entro nel merito della decisione del nostro prestigioso ateneo, ma le definizioni di «dilettante», «impacciato» e «dal linguaggio piatto» date in passato da grandi quotidiani europei all’ex presidente della Commissione Europea lasciano comprendere buona parte della levatura del personaggio.
La contestazione è stata operata da tre gruppi: Studenti per le libertà, sicuramente il più numeroso, Azione Universitaria (il gruppo giovanile della componente Destra Sociale) e dai ragazzi del MUP – Lega Nord. Il nostro gruppo, SPL, attivo da due anni in Cattolica, è espressione del movimento giovanile di Forza Italia, ma mira al coinvolgimento di tutti gli studenti di centrodestra.
Una volta riunitici per proclamare la contrarietà a questo riconoscimento, abbiamo organizzato un giro di email, sms, telefonate e utilizzato il nostro sito internet (
www.splmilano.com) per pubblicizzare l’iniziativa, comunque spontanea e volontaria. La linea condivisa dal gruppo è stata quasi del tutto rispettata: non volevamo una protesta partitica, né mostrare simboli o striscioni come altri hanno fatto. Abbiamo affisso manifesti nei chiostri per esprimere ancor più chiaramente il nostro dissenso, ma i contenuti non sono mai stati violenti né volgari.
Il giorno della laurea ci siamo radunati un’ora prima del conferimento e protestato sino al termine della cerimonia. Inoltre, Studenti per le libertà si dissocia apertamente dai saluti fascisti ostentati da altri studenti, che non rispecchiano i valori della destra moderna, liberale e cristiana in cui crediamo e per cui operiamo.


*Responsabile Studenti per le libertà Università Cattolica

giovedì, dicembre 28, 2006

Un po' di chiarezza su PACS e coppie omosessuali

Nel tragicomico panorama politico italiano, dal quale i cittadini avvertono un sempre maggiore distacco, come ha "scoperto" il Presidente Napolitano, si sente tanto parlare di PACS e coppie omosessuali, divenuti, anzi, i temi al centro del dibattito politico. Ebbene sì, i nostri parlamentari si scaldano più per la concessione di diritti a famiglie non convenzionali, che per aiutare davvero le famiglie "regolari" in difficoltà.
Ma prima di affrontare la questione, un paio di considerazioni preliminari sono necessarie.
Uno: ogni persona ha il diritto di avere l'orientamento sessuale che desidera, o che gli è stato imposto dalla natura, e di non essere discriminato in ragione di esso. Considerazione che potrebbe apparire superflua, ma non lo è affatto per una lunga serie di motivi.
Due: le manifestazioni di "orgoglio gay", così scomposte e fuori dai canoni, sono assolutamente controproducenti per gli omosessuali. I primi a rendersene conto sono gli stessi omosessuali che vorrei definire "seri", ossia quelli che per natura hanno, da sempre, un orientamento omosessuale, e che soffrono nel vedere strumentalizzata la loro condizione per motivi politico-elettorali.
Ciò detto, cosa sono i PACS? Un atto legislativo, o insieme di leggi, volte a regolare le convivenze tra coppie, siano esse omosessuali o eterosessuali, per la concessione di diritti simili o uguali a quelli delle coppie sposate.
Cosa c'è di male nel regolamentare le "unioni civili"?
Innanzitutto, la definizione "unioni civili" è sbagliata. Una coppia può sposarsi in Comune, e non in Chiesa, e quindi rientrare nella categoria "unioni civili". Ma questo tipo di unione è parificato in tutto e per tutto a quello delle coppie sposate (anche) in Chiesa. E ci mancherebbe...
Le "unioni civili" di cui si discute sono qualcosa di diverso: appunto, coppie - eterosessuali o omosessuali - non sposate, per cui si chiedono particolari diritti.
Ora, questi diritti non possono essere concessi in maniera generalizzata per legge o addirittura costituzionalmente a tutte le coppie non sposate. A tal proposito mi vengono in mente le battaglie della sinistra "in difesa della Costituzione", che viene invece ignorata quando non corrisponde ai propri interessi o calcoli (cito a titolo di esempio l'Art. 29, c. 1: "La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio" e l'Art. 95, c. 1: "Il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l'unità di indirizzo politico ed amministrativo, promovendo e coordinando l'attività dei ministri").
Non è possibile concedere mille e uno diritti senza che le coppie in questione abbiano zero doveri e obblighi nei confronti della società. Perchè si dovrebbe permettere a una coppia del genere lo stesso trattamento di una sposata, quando la prima può benissimo decidere una mattina che la propria unione non esiste più? Le coppie sposate hanno doveri e obblighi nei confronti della società che le coppie non sposate non hanno. Ergo, zero doveri, zero (o quasi) diritti.
Il quasi è assolutamente voluto: in maniera diversa rispetto ai pruriti radical-social-comunisti presenti a sinistra come (aihmé!) a destra, sono perfettamente consapevole che la vita non è mai perfetta. I casi della vita sono tanti, non si può considerare una situazione uguale ad un'altra.
Allora, per casi particolari, che possono risultare anche in percentuale elevata, possono essere poste in essere una serie di misure concessorie di diritti attraverso semplici modifiche ad hoc del Codice civile. Mi spiego con un esempio: una coppia eterosessuale non sposata di cinquantenni con bambini, in cui almeno un coniuge ha alle spalle un matrimonio fallito è sicuramente cosa diversa da una "coppia" omosessuale di ventenni che non hanno ancora compreso cosa fare della propria vita. E allora, per la prima coppia si inseriscano nel Codice dei provvedimenti ad hoc a tutela della loro condizione; la seconda, continui a vivere serenamente la propria condizione senza troppo clamore.
Una considerazione finale sul tema dei diritti e in particolare dell'adozione da parte di persone omosessuali: nella società attuale tale concessione è impensabile; assunto che due persone dello stesso sesso non possono procreare, obiettivo che la società (se non la natura o Dio, che pare contino sempre meno) ha assegnato ad un uomo e una donna per volta, gli omosessuali non possono pretendere gli stessi diritti delle coppie eterosessuali; la questione, di ordine sociale e politico volendo tralasciare gli aspetti biologici e morali, non può essere aggirata attraverso l'adozione di un bambino: qui entra in gioco una terza persona, indifesa e incapace di decidere per se stessa, che non si può permettere venga "violentata" nella sua libertà da qualsivoglia voglia di "maternità" o "paternità" omosessuale.
Fortunatamente, in Italia esistono ancora menti pensanti, che si spera evitino una deriva zapaterista.

martedì, dicembre 26, 2006

Gridate al mondo: E' NATO! BUON NATALE!


Contro ogni relativismo, buonismo e fanatismo, Gesù ci viene ad insegnare che la Verità esiste, ed è Egli stesso con il suo esempio. Possa la comunità cristiana non dimenticare questo insegnamento e seguirlo con coerenza, per poter vivere serenamente con tutta l'umanità. Amen.

mercoledì, dicembre 06, 2006


Roma, 2 dicembre 2006: noi c’eravamo!


Che sarebbe stata una giornata memorabile lo avevamo intuito già da qualche settimana. Inizialmente raccogliendo le richieste della gente comune che già dalla fine dell'estate ci sollecitava ad andare in piazza il prima possibile contro questo governo vergognoso. E poi, ancora di più, lavorando per quasi un mese in Viale Monza e tra i chiostri della Cattolica per l'organizzazione dell'evento, rispondendo alle telefonate delle persone più diverse e incontrando centinaia di studenti e cittadini che volevano dare un senso alla propria indignazione.
Ma mai avremmo potuto immaginare una manifestazione di questa portata. Partenza alle ore 6 dal Castello Sforzesco, 3 pullman organizzati da noi, più molte altre persone che hanno preferito il treno. Sopraggiunge alla partenza una troupe del TG1, che ci tiene compagnia per una buona ora sul pullman numero uno. Il servizio andrà poi in onda al telegiornale delle 13:30. Lungo l'autostrada, da Milano a Roma, un passaggio incessante di pullman dei partiti della CdL (ne avremo incontrati almeno un centinaio), poi tutti gli autogrill e le aree di servizio dell'A1 intasate di giovani e meno giovani avvolti nelle loro bandiere tricolori, nei soli delle alpi, nei simboli della loro appartenenza politica. Quindi all'ingresso dell'Urbe, una coda chilometrica (oltre un'ora di attesa) con centinaia e centinaia di mezzi bloccati per poter accedere ai parcheggi dell'EUR e delle altre zone periferiche.E, finalmente arrivati, una marea umana mai vista che intasava la metropolitana e si metteva in marcia anche a piedi per raggiungere i luoghi di partenza dei cortei. Dovunque un fiume in piena, uomini e donne di ogni parte d'Italia, di tutte le età e le classi sociali, molti per la prima volta in piazza, a rivendicare tutti insieme il proprio diritto di esistere e di far sentire la propria voce libera.
Tanti cori, è vero, qualcuno anche politicamente scorretto (e meno male!), ma non una vetrina rotta, non un cassonetto ribaltato, non un ferito, né un incidente. Una grandissima lezione di civiltà alle sinistre di lotta e di governo che da sessant'anni hanno monopolizzato le piazze in modo non sempre pacifico. Un corteo immenso, finalmente tricolore e non rosso, una grande festa di popolo che ha difeso le proprie tasche ma anche i propri valori, ringraziando più volte le forze dell’ordine presenti e onorando con una bandiera di 500 metri gli eroi di Nassiryia.
E poi, dopo quasi due ore di cammino, di grida, di salti e di corse, di passione e di energia, ecco aprirsi ai nostri occhi lo spettacolo indimenticabile di una piazza San Giovanni già piena all'inverosimile, pronta ad accogliere non dei semplici leader di partito, ma i padri (Berlusconi, Fini e Bossi) di un'intera comunità pronta ad abbracciarli e a far sentire tutto il suo calore e il suo affetto.Alla fine, stanchi ma rinfrancati dai discorsi, dalle ovazioni, dalle musiche, dagli applausi di un popolo davvero unito, ecco dalle parole di Silvio il regalo più bello: "Gli organizzatori mi pregano di darvi una notizia che ha dello straordinario (...) Hanno valutato la vostra presenza in più di DUE MILIONI di persone!" E la folla si stringe in un unico grandissimo boato di gioia e soddisfazione per una giornata che entrerà nella storia di questo paese.
Dal punto di vista politico, si è trattata della consacrazione di ciò cui i leader della CdL aspirano, ma che mai avrebbero immaginato potesse già esistere: il partito unico della libertà, il partito del centrodestra, della gente perbene, dei lavoratori, dei cristiani e dei liberali, tutti uniti nella difesa dei propri valori e nella contestazione al nichilismo relativista della sinistra.
Ecco i passaggi importanti dei discorsi di Berlusconi e Fini che avvalorano le nostre tesi:
«La nostra idea della politica è pienamente laica, ma ha qualcosa di sacro. “Chi crede non è mai solo”, ha detto il Santo Padre nel suo viaggio in Germania. E ha ragione: guardatevi intorno, guardate quanti siamo. Siamo molti, siamo moltissimi a credere negli stessi ideali. […] Siamo il popolo del centrodestra, un popolo che condivide gli stessi valori, la stessa visione del futuro. Ci accomuna la stessa visione della libertà, della democrazia, della patria, della persona, della famiglia, del lavoro, dell’impresa. Questa è la nostra grande forza.»
«Non saranno le invidie, le malizie di qualcuno, le indiscrezioni fasulle, le tante, troppe polemiche alimentate ad arte a dividere ciò che questa piazza unisce. Questa piazza dimostra la volontà di rappresentare una seria, credibile, vincente alternativa al peggior governo che l’Italia abbia mai avuto. […] Se moltiplicheremo i circoli della libertà, se inviteremo tutti i dirigenti a serrare i ranghi, se facciamo, quindi, ciò che la piazza ci chiede, ciò che oggi sembra lontano è in realtà molto vicino: il centrosinistra, se è maggioranza di poco in Parlamento, non ha la maggioranza del paese.»
Una manifestazione di piazza non abbatterà un governo eletto democraticamente (è tale, aspettando il riconteggio delle schede), ma sicuramente ha mostrato al governo quanto sia debole e quanto poco sia vicino alle aspirazioni e agli interessi degli Italiani. Grazie a tutti i presenti!

Mirko Montuori e Gabriele Cartasegna