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duminică, 30 ianuarie 2011

La condanna dei crimini del comunismo

Ogni tanto anche le Istituzioni europee decidono di fare i conti con la storia... Se passasse questa risoluzione, sarebbe un duro colpo a molte delle ipocrisie che fanno del Consiglio d'Europa un uneffective body. Non ci resta che sperare nella buona fede dei nostri rappresentanti!


Mozione alla Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa: "La necessità di una condanna internazionale dei crimini del comunismo"

I. Progetto di risoluzione
1. L'Assemblea rinvia alla sua risoluzione 1096 (1996) sulle misure di smantellamento dell'eredità delle vecchie forme di governo totalitarie comuniste.
2. I regimi comunisti totalitari che esistevano in Europa centrale ed orientale nel secolo scorso, e che esistono sempre in molti paesi del mondo, sono stati segnati senza eccezione da violazioni massicce dei diritti dell'uomo. Queste violazioni, chi variavano secondo la cultura, il paese ed il periodo storico, includevano gli assassini e le esecuzioni, che siano individuali o collettivi, i decessi in campi di concentrazione, la morte con la fame, le deportazioni, la tortura, il lavoro forzato ed altre forme di terrore fisico collettivo.
3. I crimini sono stati giustificati in nome della teoria della lotta delle classi e del principio della dittatura del proletariato. L'interpretazione di questi due principi rendeva legittima "l'eliminazione" delle categorie di persone considerate come parassiti alla costruzione di una società nuova e, di conseguenza, come ostili dei regimi comunisti totalitari. In ogni paese, le vittime erano soprattutto nazionali. Era il caso in particolare delle popolazioni delle ex-URSS dove vi fu un numero molto più alto di vittime rispetto a quelle di altre nazionalità.
4. L'Assemblea riconosce che nonostante i crimini dei regimi comunisti totalitari, alcuni partiti comunisti europee hanno lavorato alla realizzazione della democrazia.
5. La caduta dei regimi comunisti totalitari dell'Europa centrale ed orientale non è stata seguita né da un'indagine internazionale esauriente ed approfondita, né di un dibattito sui crimini commessi da questi regimi. Inoltre, i crimini in questione non sono stati condannati dalla Comunità internazionale, come è stato il caso dei crimini orribili commessi in nome del socialismo nazionale (nazismo).
6. Di conseguenza, il grande pubblico è molto poco cosciente dei crimini commessi dai regimi comunisti totalitari. I partiti comunisti sono legali ed ancora attivi in alcuni paesi, quando a volte neppure non hanno neppure preso le distanze dai crimini commessi in passato da regimi comunisti totalitari.
7. L'Assemblea è convinta che la presa di coscienza della storia sia una delle condizioni da soddisfare per evitare che crimini simili si riproducano in futuro. Inoltre, il giudizio morale e la condanna dei crimini commessi svolgono un ruolo importante nell'istruzione data alle giovani generazioni. Una posizione chiara della Comunità internazionale su questo passato potrebbe servire loro da riferimento per la loro azione futura.
8. Inoltre, l'Assemblea ritiene che le vittime di crimini commessi da regimi comunisti totalitari, ancora in vita o le loro famiglie, fanno appello alla compassione, la comprensione ed il riconoscimento delle loro sofferenze.
9. Restano regimi comunisti totalitari in alcuni paesi del mondo, e dei crimini continuano a esservi commessi. Gli interessi nazionali non devono impedire ai paesi di criticare i regimi comunisti totalitari attuali, quando questi meritano di essere criticati. L'Assemblea condanna vivamente tutte queste violazioni dei diritti dell'uomo.
10. I dibattiti e le condanne che hanno avuto luogo fino ad oggi a livello nazionale in alcuni Stati membri del Consiglio d'Europa non possono dispensare la Comunità internazionale dal prendere chiaramente posizione sui crimini commessi dai regimi comunisti totalitari. Ha l'obbligo morale di farlo senza più aspettare.
11. Il Consiglio d'Europa è nella posizione di lanciare tale dibattito a livello internazionale. Tutti i vecchi paesi comunisti dell'Europa, ad eccezione della Bielorussia, ne sono oggi membri, e la tutela dei diritti dell'uomo e lo Stato di diritto sono i valori fondamentali che esso difende.
12. Di conseguenza, l'Assemblea parlamentare condanna con vigore le violazioni massicce dei diritti dell'uomo commesse dai regimi comunisti totalitari e rende omaggio alle vittime di questi crimini.
13. Inoltre, invita tutti i partiti comunisti o post-comuniste dei suoi Stati membri che non lo hanno ancora fatto a riesaminare la storia del comunismo ed il loro passato, a prendere chiaramente le distanze dai crimini commessi dai regimi comunisti totalitari e condannarli senza ambiguità.
14. L'Assemblea ritiene che la chiarezza di questa posizione adottata dalla Comunità internazionale favorirà la prosecuzione della riconciliazione. Inoltre, occorre sperare che incoraggerà gli storici del mondo intero a continuare i loro obiettivi di ricerca che sono di stabilire e verificare obiettivamente lo svolgimento dei fatti.

II. Progetto di raccomandazione
1. L'Assemblea parlamentare rinvia alla sua risoluzione 1096 (1996) sulle misure di smantellamento dell'eredità delle vecchie forme di governo totalitarie comuniste ed alla sua risoluzione... sulla necessità di una condanna internazionale dei crimini dei regimi comunisti totalitari
2. L'Assemblea ritiene che è urgente organizzare un dibattito internazionale approfondito ed esauriente sui crimini commessi dai regimi comunisti totalitari in attesa di suscitare della compassione, della comprensione e del riconoscimento per tutti coloro che sono stati toccati da questi crimini.
3. È convinta che il Consiglio d'Europa, organizzazione che comprende lo Stato di diritto e la tutela dei diritti dell'uomo, dovrebbe prendere chiaramente posizione sui crimini commessi dai regimi comunisti totalitari.
4. Di conseguenza, l'Assemblea chiede urgentemente al Comitato dei Ministri:
i. di provvedere a istituire un comitato composto da esperti indipendenti, incaricato di raccogliere ed analizzare informazioni e la legislazione relative alle violazioni dei diritti dell'uomo commesse sotto diversi regimi comunisti totalitari;
ii. di approvare una dichiarazione ufficiale a favore della condanna internazionale dei crimini commessi dai regimi comunisti totalitari, e di rendere omaggio alle vittime di questi crimini, indipendentemente dalla loro nazionalità;
iii. di lanciare una campagna pubblica di sensibilizzazione ai crimini commessi dai regimi comunisti totalitari a livello europeo;
iv. di organizzare una conferenza internazionale sui crimini commessi dai regimi comunisti totalitari con la partecipazione di rappresentanti dei governi, parlamentari, universitari, esperti ed ONG.
v. esortare gli Stati membri del Consiglio d'Europa che sono stati governati da regimi comunisti totalitari:
a. a provvedere a istituire comitati composti da esperti indipendenti incaricati di raccogliere ed analizzare informazioni sulle violazioni dei diritti dell'uomo commesse sotto il regime comunista totalitario a livello nazionale in attesa di collaborare strettamente con un comitato di esperti del Consiglio d'Europa;
b. a rivedere la legislazione nazionale per renderla interamente conforme alla raccomandazione (2000) 13 del Comitato dei ministri su una politica europea di comunicazione degli archivi;
c. a lanciare una campagna nazionale di sensibilizzazione ai crimini commessi in nome dell'ideologia comunista, includendo la revisione dei manuali scolastici e l'introduzione di un giorno commemorativo per le vittime del comunismo e l'apertura di musei;
d. ad incoraggiare le Comunità locali a stabilire monumenti commemorativi che rendono omaggio alle vittime dei regimi comunisti totalitari.

III. Motivazione

I. Introduzione
1. La caduta dei regimi comunisti dell'Europa centrale ed orientale, all'inizio degli anni '90, ha aperto numerose discussioni sulla valutazione politica e giuridica degli atti e dei crimini commessi in nome dell'ideologia comunista. La responsabilità degli autori di questi atti e le eventuali prosecuzioni contro di loro, sono ormai temi pubblicamente trattati. In tutti i paesi in passato comunisti, dibattiti hanno avuto luogo a questo riguardo sul piano nazionale e molti hanno adottato leggi specifiche sulla "decomunistizzazione" e/o la depurazione.
2. In tutti i paesi interessati, questo aspetto è stato considerato come uno degli elementi di un processo più ampio di smantellamento del sistema precedentemente in funzione e del passaggio alla democrazia. Era percepito come una questione di ordine interno e gli orientamenti dati dalla Comunità internazionale, ed in particolare da parte del Consiglio d'Europa, erano centrati sulla prevenzione di eventuali violazioni dei diritti dell'uomo.
3. In questo spirito, due relazioni dell'assemblea parlamentare sulle misure di smantellamento dei regimi totalitari comunisti sono state elaborate da M. Espersen e M. Severin per conto della commissione delle questioni giuridiche e dei diritti dell'uomo, rispettivamente nel 1995 e 1996. Il primo è stato rinviato alla Commissione dopo un dibattito all'Assemblea, il secondo ha condotto all'adozione della risoluzione 1096.1996).
4. Tuttavia, il Consiglio d'Europa, come altre organizzazioni intergovernative internazionali, non ha finora iniziato una valutazione generale dei regimi comunisti, esaminato seriamente i crimini commessi nel loro nome né li ha condannati pubblicamente. Per quanto difficile sia capire perché, non ci sono stati dibattiti seri, approfonditi, sull'ideologia che è stata all'origine di un terrore generalizzato, di violazioni massicce dei diritti dell'uomo, della morte di milioni di persone e che ha disciplinato la sorte di nazioni intere. Mentre il nazismo, un altro regime totalitario del 20° secolo, oggetto di indagini, è stato condannato a livello internazionale, gli autori dei crimini sono stati giudicati, crimini simili commessi in nome del comunismo non sono mai stati oggetto né di indagini né di alcuna condanna internazionale.
5. L'assenza di condanna internazionale può spiegarsi in parte con l'esistenza di paesi i cui governi continuano ad aderire all'ideologia comunista. Il desiderio di mantenere buone relazioni con alcuni di loro può dissuadere alcuni attori politici dal trattare questo argomento difficile. Inoltre, molte personalità politiche ancora in attività hanno sostenuto, in un modo o in un altro, i regimi comunisti. Per ragioni ovvie, preferiscono che la questione della responsabilità non sia trattata. Esistono, in molti paesi europei, partiti comunisti che non hanno formalmente condannato i crimini del comunismo. Infine, e questo punto non è il meno importante, elementi dell'ideologia comunista, come l'uguaglianza o la giustizia sociale, continuano a sedurre numerosi membri della classe politica, che temono che la condanna dei crimini del comunismo sia assimilata ad una condanna dell'ideologia comunista.
6. Il vostro relatore tuttavia è convinto della necessità urgente di un dibattito pubblico sui crimini del comunismo e della loro condanna a livello internazionale. Questo dibattito e questa condanna dovrebbero intervenire senza più ritardi, per molte ragioni. Innanzitutto, per quanto riguarda la percezione nel pubblico, dovrebbe essere chiaro che tutti i crimini, anche quelli commessi in nome di un'ideologia che raccomanda gli ideali più rispettabili come l'uguaglianza e la giustizia, sono da condannare, e che questo principio non ammette alcuna eccezione. Questo aspetto è particolarmente importante per le giovani generazioni che non hanno un'esperienza personale dei regimi comunisti. Una posizione chiara della Comunità internazionale su questo passato potrebbe fungere loro da riferimento per la loro azione futura.
7. Sembrerebbe che un tipo di nostalgia del comunismo sia ancora presente in alcuni paesi, di qui il pericolo che i comunisti riprendono il potere nell'uno o l'altro di questi paesi. La presente relazione dovrebbe contribuire ad una presa di coscienza generale della storia di questa ideologia.
8. D'altra parte, finché vittime dei regimi comunisti o dei membri delle loro famiglie saranno ancora in vita, non è troppo tardi per concedere loro una ricompensa morale delle loro sofferenze.
9. Ultima ragione, ma non inferiore: regimi comunisti sono ancora in vita in alcuni paesi e crimini sono ancora commessi in nome del comunismo. Ai miei occhi, il Consiglio d'Europa, Organizzazione che comprende i diritti dell'uomo, non il diritto di restare indifferente e calmo anche se questi paesi non appaiono fra i suoi membri. La condanna internazionale rafforzerà le argomentazioni e la credibilità dell'opposizione interna in questi paesi e potrebbe contribuire ad evoluzioni positive. È il meno che l'Europa, che fu la culla dell'ideologia comunista, possa fare per questi paesi.
10. Occorre sottolineare che, in questa relazione, non è in nessun modo in questione di assegnare un compenso finanziario alle vittime dei crimini comunisti, e che la sola ricompensa auspicata è di natura morale.
11. Il 15° anniversario della caduta dei regimi comunisti in numerosi paesi offre un'occasione favorevole a tale iniziativa. Il Consiglio d'Europa è in una buona posizione per questo, visto che circa la metà degli Stati membri hanno avuto esperienza di regimi comunisti.
12. Nel quadro dell'elaborazione della presente relazione la Commissione ha organizzato un'udienza con la partecipazione di eminenti personalità le cui conoscenze approfondite in materia hanno apportato un importante contributo a questo lavoro. (Vedere il programma dell'udienza - allegato 1). Mi sono anche recato in missione d'informazione in Bulgaria (16 maggio 2005), in Lettonia (3 giugno 2005), ed in Russia (16-17 giugno 2005) (vedere in allegato i programmi delle visite - allegati 2-4). Desidero esprimere la mia gratitudine alle delegazioni parlamentari di questi paesi per l'aiuto fornito alla preparazione di queste visite.
13. Tengo a sottolineare che la presente relazione non pretende in alcun modo di tracciare una tabella completa dei crimini comunisti. La ricerca storica deve essere lasciata agli storici ed esiste già una letteratura abbondante su questo argomento di cui mi sono servito ad elaborare la presente relazione, essendo quest'ultima concepita come una valutazione politica dei crimini del comunismo.

II. Breve presentazione generica dei regimi comunisti
14. I regimi comunisti, come quelli studiati in questa relazione, si definiscono con un certo numero di caratteristiche, in particolare la sovranità di un partito unico di massa legato, almeno a parole, all'ideologia comunista. Il potere è concentrato tra le mani di un piccolo numero di dirigenti del partito, che non sono obbligati a rendere conto né di rispettare il primato del diritto
15. Il partito esercita sullo Stato un controllo tale che la delimitazione tra queste due nozioni non è netta, e questo controllo si estende, inoltre, a tutti gli aspetti della vita quotidiana della popolazione, ad un grado senza precedenti.
16. Il diritto d'associazione non esiste, il pluralismo politico è abolito e qualsiasi opposizione, come ogni tentativo d'organizzazione indipendente, sono rigorosamente represse. D'altra parte, la mobilizzazione di massa tramite il partito o delle sue organizzazioni satelliti è incoraggiata, ed a volte anche imposta.
17. Per garantire il loro dominio sulla sfera pubblica e prevenire ogni azione che sfugge al loro controllo, questi regimi sviluppano le forze di polizia ad un punto mai raggiunto, stabiliscono reti di informatori ed incoraggiano la delazione. L'ampiezza delle formazioni di polizia ed il numero di informatori segreti hanno subito variazioni secondo le epoche ed i paesi, ma hanno sempre superato di gran lunga le cifre degli stati democratici.
18. I mezzi di comunicazione di massa sono monopolizzati e/o sorvegliati dallo Stato. Una censura rigorosa preliminare è generalmente applicata. Di conseguenza, il diritto all'informazione è violato e non esiste una stampa libera.
19. La nazionalizzazione dell'economia, caratteristica permanente del comunismo direttamente legato alla sua ideologia, impone restrizioni alla proprietà privata ed all'attività economica individuale. Pertanto, i cittadini sono più vulnerabili riguardo allo Stato che ha il monopolio dell'occupazione e rappresenta la sola fonte possibile di redditi.
20. Il sistema di potere comunista è durato oltre ottanta anni nel paese in cui è nato, la Russia ribattezzata Unione Sovietica. Negli altri paesi europei, la sua durata è stata di circa quarantacinque anni. Fuori dell'Europa i partiti comunisti sono al potere da oltre cinquanta anni in Cina, nella Corea del Nord ed in Vietnam, da oltre quaranta anni a Cuba e da trenta anni in Laos. Molti stati dell'Africa, dell’Asia e del Sudamerica, allora sotto l’influenza sovietica hanno avuto per un certo tempo dei governi comunisti.
21. Più di venti paesi, su quattro continenti, possono dire di essere stati comunisti o sotto regime comunista per un certo periodo. Oltre all'Unione sovietica ed i suoi sei satelliti europei, l'elenco comprende l'Afghanistan, l'Albania, l'Angola, il Benin, la Cambogia (Kampuchea), la Cina, il Congo, Cuba, l'Etiopia, la Corea del Nord, il Laos, la Mongolia, il Mozambico, il Vietnam, lo Yemen del Sud e la Jugoslavia.
22. Prima del 1989 il numero di persone che vivevano sotto un regime comunista toccava più di uno miliardo.
23. La loro longevità e la loro espansione geografica hanno comportato differenze e modifiche nelle pratiche di questi regimi in funzione dei paesi, delle culture e delle epoche. I regimi comunisti si sono evoluti, sotto l'effetto della loro dinamica interna o in reazione alla situazione internazionale. È difficile comparare i governi comunisti con il potere nella Russia del 1930, l'Ungheria del 1960 o la Polonia del 1980.
24. Tuttavia, nonostante questa diversità, si possono senza dubbio individuare caratteristiche comuni ai regimi comunisti storici, indipendentemente dal paese, la cultura o il periodo. Una delle più manifeste di queste caratteristiche è la violazione ovvia dei diritti dell'uomo.

Candidature dell'Unione

Il disobbediente Francesco Caruso, candidato di Rifondazione comunista alla Camera, è un latifondista milionario. Lui, che agli elettori promette l'esproprio delle seconde case, è proprietario di uliveti, vigneti, terre da agrumi, terreni da pascolo e immobili, sparsi tra vari comuni in provincia di Cosenza, frutto del generoso lascito di uno zio.
La visura catastale su terreni e fabbricati intestati al leader dei no global meridionali Francesco Saverio Caruso, è lunga sette pagine. Nei comuni calabresi di Longobucco, Calopezzati, Corigliano Calabro, nel Cosentino, il giovane no global è un padrone a cui dare del voi. Ha proprietà, immobili e terre, per un valore enorme. Sei appezzamenti tra terreni da pascolo e uliveti in località Calopezzati. Una frazione di un vasto agrumeto a Corigliano Calabro, metà proprietà di due terreni da 15 e 9 ettari a Longobucco, dove possiede anche una frazione di due appartamenti di 5 locali. Nella sua rendita catastale figurano poi altri 35 terreni (vigneti, uliveti e pascoli) sempre a Longobucco. Tra cui un uliveto di 54 ettari e un altro di 60, un querceto di 22 ettari, un frutteto di 38 ettari, poi pascoli e campi a perdita d'occhio. Nel complesso, una proprietà da latifondista coi fiocchi.
Ma anche da papà e mamma non è mancato nulla al giovane Francesco, antagonista cresciuto negli agi della ricca famiglia beneventana prima di trasferirsi nell'Officina 99 e nel centro sociale Ska di Napoli, dopo l'università a Bologna, la laurea all'Istituto universitario Orientale di Napoli e la scoperta del mondo dei centri sociali. Con i genitori e il fratello ha vissuto per anni, fino alla fine del liceo, in un superattico di 350 mq nel centro storico di Benevento, nella lussuosa via Calambra. Appartamento in cui la famiglia Caruso stava in affitto, con un canone di favore. Proprietaria dell'immobile erano infatti le Ferrovie dello Stato, di cui il padre era - oggi è in pensione - un dirigente, chiamato a Benevento dalla sua Calabria per realizzare un importante intervento infrastrutturale sulla rete della città campana. E forse il contrappasso, la carriere edipica di Francesco, comincia proprio così, dal padre. Ingegnere capo delle Fs, governatore regionale dei Rotary, fu proprio lui a progettare le infrastrutture dell'Alta velocità a Benevento, un viadotto e il tunnel ferroviario, opera che oggi permette di viaggiare in eurostar da Benevento a Foggia in poco più di un'ora. Strano pedigree per il movimentista che blocca i binari, sabota i cantieri e promette battaglia agli alleati che tentennano sul no alla Tav. «Quando ero piccolo mio padre mi diceva: se vai alla manifestazione ti rifilo due ceffoni. E io col cavolo che ci andavo». Per diventare ribelle Francesco ha aspettato la maturità. Adesso può vantarsi di avere 12 avvocati per le sue 29 cause giudiziarie aperte. Al Rotary ha preferito il Chiapas, ma alle proprietà non ha rinunciato.
Qualcuno dica a Bertinotti che il curriculum del suo capolista in Calabria sembra uscito dai registri di uno yacht club di Montecarlo. O forse il leader già lo sa, perchè non è così nuovo il caso di un antagonista che sotto il materasso nasconde un patrimonio da ricco borghese. Ma Caruso li supera tutti, e anche in questo è un no global sui generis: l'unico che partecipa ai cortei in bicicletta per non faticare, e che a Seattle, dopo un assalto al McDonald's interrogato dalla Cnn sui motivi della protesta così rispondeva: «Nun lo saccio, chillo panino è bbuono assai». Ma lo conoscono meglio a Benevento, dove le malelingue stavolta aggiungono: «Tanto se gli va male in politica, i soldi per arrivare a fine mese non gli mancano di certo». Per lui, San Precario non ha bisogno di preghiere.

"Siamo per la rivendicazione del diritto alla sollevazione popolare irachena contro le nostre truppe. Nassyria, in cui ci sono stati nostri caduti, rientrano in tutto e per tutto nelle responsabilità d'una missione militare al servizio dell'Eni.."
"Questa è RESISTENZA... Noi siamo con loro". Lo dice Marco Ferrando, di Rifondazione Comunista. "C'é - dice in un'intervista al CORRIERE DELLA SERA - un diritto sacrosanto all'autodeterminazione e a resistere a forze d'occupazione militare che stanno lì per interessi colonialistici. (...) La lotta armata contro l'occupazione militare è giusta".

Certo che Rifondazione, ha proprio candidati DOC... Trans... Black Block... Fans degli assassini dei NOSTRI SOLDATI in IRAQ...

Se vincerà Prodi...chi sarà la prossima "Ministra" per le pari Opportunità... ...Vladimir Luxuria?

Non lo si può preferire a Berlusconi...

Riesumiamo un po' di scheletri dall'armadio di Prodi... Un personaggio che ha finanziato un dittatore sanguinario, ha alzato le tasse a tutti gli italiani inventandone di nuove, si atteggia a professore pur avendo una capacità dialettica pari a zero e che conosceva il luogo esatto in cui venne ritrovato assassinato Aldo Moro.

Il Caso Moro e le sedute spiritiche di R. Prodi - di G.Neri

ANTEFATTO: Il 3 aprile 1978, nel corso di una seduta spiritica a cui partecipa il futuro presidente dell’Iri, Romano Prodi, una entità [nella fattispecie, e come risulterà dal verbale, gli spiriti di Don Sturzo e La Pira, n.d.r] avrebbe indicato Gradoli come luogo in cui era tenuto prigioniero Aldo Moro.Sulla base della segnalazione dall’aldilà, il 6 aprile viene organizzata una perlustrazione a Gradoli, un paesino in provincia di Viterbo. Al ministero dell’Interno, che aveva in precedenza ricevuto la segnalazione su via Gradoli, nessuno mette in collegamento le due cose. E la moglie di Moro, Eleonora, a chiedere se non potrebbe trattarsi di una via di Roma. Cossiga in persona, secondo la testimonianza resa in commissione da Agnese Moro, risponde di no. In realtà via Gradoli esiste, e sta sulle pagine gialle.In seguito alla seduta il professor Prodi si reca a Roma - solo due giorni dopo, il 4 aprile -, per trasmettere l’indicazione ad Umberto Cavina, capo ufficio stampa dell’on. Benigno Zaccagnini. E la seconda volta che viene fuori il nome Gradoli. La prima fu una manciata di giorni prima. Il 18 marzo, alle 9 e 30 del mattino, gli agenti del commissariato Flaminio Nuovo si presentano al terzo piano della palazzina al numero 96 di via Gradoli, una stradina residenziale sulla via Cassia. Una soffiata molto precisa, forse proveniente da ambienti vicini ai servizi segreti, ha segnalato che lì, all’interno 11, cè un covo delle Br. Gli agenti bussano alla fragile porta di legno, ma nessuna risponde. Apre invece l’inquilina dell’interno 9, Lucia Mokbel, e racconta di aver sentito provenire dall’appartamento sospetto dei ticchettii simili a segnali Morse. Secondo le disposizioni vigenti i poliziotti dovrebbero a quel punto sfondare la porta, o quantomeno piantonare il palazzo. Invece vanno via. Al processo Moro presenteranno un rapporto di servizio grossolanamente falso, costruito a posteriori, stando al quale i vicini avrebbero fornito rassicurazioni sull’onestà dell’inquilino dell’interno 11, il ragionier Borghi, alias Mario Moretti. Saranno sbugiardati pubblicamente, ma mai puniti.Il 18 aprile la porta dietro cui forse era stato nascosto, fino a qualche giorno prima, lo stesso Aldo Moro, viene finalmente sfondata. Non da polizia e carabinieri però, ma da pompieri; che ci arrivano a causa di un allagamento. Anche se i brigatisti lo hanno sempre negato, si tratta di una messinscena organizzata perché il covo venga scoperto: il telefono della doccia è sorretto da una scopa e puntato contro una fessura nel muro aperta con uno scalpello in modo da far filtrare meglio l’acqua lungo i muri fino all’appartamento dei vicini, che infatti daranno l’allarme.L’allagamento si verifica lo stesso giorno in cui un falso comunicato delle Br spedisce migliaia di carabinieri e poliziotti a cercare il cadavere di Moro nel lago gelato della Duchessa. Si tratta di due episodi di difficile lettura. Alcuni brigatisti del gruppo dirigente dichiareranno, molti anni dopo, che la scoperta del covo e il falso comunicato li spinsero ad affrettare i tempi dell’operazione Moro verso la decisione di sopprimere l’ostaggio; proprio come voleva Moretti, rappresentato della cosiddetta "ala dura" delle Br. Il 10 giugno 1981 Romano Prodi viene chiamato a testimoniare davanti alla Commissione Moro per rispondere degli avvenimenti che sarebbero occorsi durante la seduta spiritica. Il caso viene riaperto nel 1998 dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi, al fine di chiarire le motivazioni che avrebbero portato su un’altra pista le ricerche della prigione di Moro ed escludere che l’utilizzo del nome "Gradoli" fosse stato un modo per informare le stesse Brigate Rosse dell’avvicinamento delle forze di polizia all’omonima via, sita nei pressi della via Cassia di Roma. Il professor Prodi non si rende disponibile per essere ascoltato dalla Commissione parlamentare, contrariamente a Mario Baldassarri e Alberto Clò (ministro dell’Industria nel governo Dini e proprietario della casa di campagna nella quale si svolsero i fatti), entrambi presenti alla seduta spiritica. Il 5 aprile 2004 Romano Prodi viene ascoltato come testimone dalla Commissione parlamentare d’inchiesta concernente il dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana. Secondo il presidente della commissione, Paolo Guzzanti, Prodi non ha avuto il coraggio di pronunciare le parole seduta spiritica, piattino o tazzina. Nel corso della seduta, l’On. Fragalà ha ricordato all’ex presidente dell’Iri un articolo del settimanale Avvenimenti, secondo il quale Giuliana Conforto, figlia di Giorgio Conforto, agente del Kgb con nome in codice Dario, aveva ospitato Valerio Morucci e Adriana Faranda, brigatisti contrari al sequestro di Moro. Un’amica di Conforto, Luciana Bozzi, aveva affittato la casa di via Gradoli al commando delle Br. Secondo questa tesi, non commentata da Prodi, fu il Kgb a far sapere del covo di via Gradoli e la messinscena della seduta spiritica fu organizzata per coprire la vera fonte. Una seconda tesi, supportata tra l’altro dal senatore Francesco Cossiga - che riguardo al caso Moro ha sempre rilasciato dichiarazioni quantomeno ambigue -, identifica l’informatore in qualcuno appartenente all’area dell’eversione tra Autonomia Operaia e Potere Operaio. Dicono fosse un professore universitario. Va da sé che Paolo Guzzanti e Francesco Cossiga siano politicamente più inclini a fare passare la tesi dell’omicidio deciso e pilotato dai servizi segreti dell’Est, in contrapposizione all’altra ipotesi prevalente, ovvero che la segnalazione della parola Gradoli alle forze dell’ordine rappresentasse un doppio avvertimento a Mario Moretti, figura di terrorista controversa e più volte descritta come infiltrato vicino ai servizi segreti italiani. Il primo: che il covo di via Gradoli era ormai bruciato. Il secondo: che la questione doveva essere chiusa il più presto possibile con l’assassinio di Aldo Moro e il tramonto del progetto che voleva un Governo della non sfiducia, inviso agli Stati Uniti in quanto sorretto, tra gli altri, dal Partito Comunista.
(Fonti: S. Flamigni, M. Gambino, Il Caso Moro; Wikipedia; Christian Rocca, Il Foglio, 7/4/2004; Avvenimenti; Media Quotidiano)

Audizione di Romano Prodi presso la Commissione Moro - 10 giugno 1981

PRESIDENTE: Debbo richiamare la sua attenzione sul fatto che la Commissione assume le sue dichiarazioni in sede di testimonianza formale e sulle conseguenti responsabilità in cui ella può incorrere, anche in relazione al dovere della Commissione di comunicare all’Autorità giudiziaria eventuali dichiarazioni reticenti o false (?)
ROMANO PRODI: Ripeto quanto ho già scritto nella mia lettera. In un giorno di pioggia in campagna, con bambini e con le persone che penso vedrete successivamente, perchè sono tutte qui, si faceva il cosiddetto «gioco del piattino» (?) Uscirono Bolsena, Viterbo e Gradoli. Naturalmente, nessuno ci ha badato; poi, in un atlante, abbiamo visto che esiste il paese di Gradoli. Abbiamo chiesto se qualcuno ne sapeva qualcosa e, visto che nessuno ne sapeva niente, ho ritenuto mio dovere, anche a costo di sembrare ridicolo, come mi sento in questo momento, di riferire la cosa (?)
CORALLO: Per farla sentire meno ridicolo, dato che questa sensazione è un po’ comune a tutti ? Mi scusi, professore, vorrei dirle che la scrupolosità della Commissione parte da un’ipotesi che dobbiamo accertare essere inesistente, e cioè - non credo molto agli spiriti - se ci possa essere stato qualcuno capace di ispirarli (?) Chi partecipò attivamente al gioco? Voi eravate tanti, però un ditino sul piattino chi lo metteva?
ROMANO PRODI: A turno tutti: c’erano 5 bambini; era una cosa buffa. Non crediamo alla atmosfera degli spiriti e che ci fosse un medium. Io le dico: tutti; anch’io ho messo il dito nel piattino (?)
PRESIDENTE: Non c’era un direttore dei giochi?
ROMANO PRODI: No. Bisogna vedere come se ne sono impadroniti i giornali; come di una seduta medianica, che non so nemmeno cosa sia, ma era un gioco collettivo invece, come tutti facemmo in quel momento; l’ho imparato dopo.
LAPENTA: Chi lanciò l’idea di questo gioco?
ROMANO PRODI: All’inizio il padrone di casa; non so? All’inizio ero in disparte con i bambini e dopo il gioco mi ha incuriosito.
FLAMIGNI: Come venne fuori la specificazione «casa con cantina»?
ROMANO PRODI: Ne sono venute fuori diecimila di queste cose: è venuto fuori «cantina», «acqua». In questo momento non lo ricordo nemmeno; il gioco è andato avanti per ore (?) Ripeto che non ho preso sul serio queste cose e, evidentemente, se non ci fosse stato quel nome, non avrei nè raccontato nè detto la cosa perchè cerco di essere un uomo ragionevole, onestamente.
FLAMIGNI: Nella testimonianza che lei ha reso al giudice dice: «Fui io a comunicare al dottor Umberto Cavina, nonchè il giorno prima alla Digos di Bologna attraverso un collega universitario, la notizia concernente la località: Gradoli, in provincia di Viterbo. A tale indicazione, con l’aggiunta che poteva trattarsi di una casa?»
ROMANO PRODI: Guardi, non me lo ricordavo neanche per il poco peso che gli ho dato. Ne sono saltate fuori tante di queste cose! Tutti hanno detto che non conoscevano questo paese; questo era importante.
PRESIDENTE: La notizia era talmente importante che se l’avessero ben utilizzata, le cose probabilmente sarebbero cambiate.
ROMANO PRODI: Non ho mai creduto a queste cose sarà stato un caso.
COLOMBO: Tutte le persone parlavano di un paese?
ROMANO PRODI: Bolsena, Viterbo, Gradoli; si faceva la targa VT; i monti Volsini? ripeto, dopo si dava importanza perchè avevamo visto dove erano; con la carta geografica in mano, fa tutti i «ballottini» che vuole?
CORALLO: «Ballottini» sta per piccoli imbrogli.
ROMANO PRODI: Con la carta geografica davanti davanti, lei capisce non è più?Scusi l’espressione.
FLAMIGNI: Dopo la seduta spiritica?
ROMANO PRODI: No, era veramente un gioco.
FLAMIGNI: Non si può chiamare seduta spiritica.
ROMANO PRODI: Non me ne intendo; mi dicono che ci vuole un medium.
FLAMIGNI: Comunque il risultato, la conclusione è che almeno quando viene fuori la parola «Gradoli» le si attribuisce importanza perchè lo si comunica alla segreteria nazionale della Dc, al capo della Polizia; poi, si muove tutto l’apparato.
ROMANO PRODI: Quando l’ho comunicato a Cavina m’ha detto che ce ne sono state quarantamila di queste cose. Fino al momento del nome, non era stato molto importante; per scrupolo (?) lo comunichiamo (?)
FLAMIGNI: Lei venne appositamente a Roma per riferire a Cavina?
ROMANO PRODI: No, era un convegno non ricordo su che cosa, e dovevo venire a Roma.
FLAMIGNI: E quanti giorni dopo il «giochetto»?
ROMANO PRODI: Due-tre, non ricordo (?)
FLAMIGNI: Chi interpretava le risposte del piattino?
ROMANO PRODI: Un po’ tutti. Era semplice, vi erano le lettere, si mettevano in fila e si scrivevano.
FLAMIGNI: Bisognerebbe capire qual era esattamente lo svolgimento del gioco (?) quali erano le domande poste.
ROMANO PRODI: Le domande erano: dov’è? perchè? Moro è vivo o morto? Del resto, persone che hanno fatto altre volte il «piattino» sanno di che cosa si tratta e possono darle spiegazioni più esaurienti.
BOSCO: Chi erano le persone che l’avevano fatto altre volte?
ROMANO PRODI: II professor Clò, ad esempio, ed altri che risponderanno perchè sono tutti qui (?)
FLAMIGNI: (?) sarebbe importante quantificare quali furono le domande.
ROMANO PRODI: Questo non ha niente a che fare con la tecnica del gioco ed è evidente che me lo ricordi. Le domande erano: dov’è Moro? Come si chiama il paese, il posto in cui è? In quale provincia? E nell’acqua o nella terra? E’ vivo o morto?
FLAMIGNI: Quali erano le risposte ad ognuna di queste domande?
ROMANO PRODI: Qui intervengono problemi tecnici sui quali potranno essere date spiegazioni più esaurienti delle mie; comunque, vi erano delle lettere su un foglio e il piattino, muovendosi, formava le parole e indicava sì o no.
FLAMIGNI: Che cosa succede: uno mette il dito su questo piattino?
ROMANO PRODI: No, tutti.
FLAMIGNI: Ad un certo momento parte un impulso per cui il piattino si sposta e va su una lettera?
ROMANO PRODI: Sì. Posso comunque dire che, dopo questa esperienza, ho trovato tanta gente che mi ha confessato di aver fatto la medesima cosa.
CORALLO: (?) Di solito, quando il piattino comincia a muoversi, la domanda che si fa è: chi è l’interlocutore, lo spirito con il quale ci si intrattiene.
ROMANO PRODI: Alla fine è accaduto anche questo, ma all’inizio no. C’è stato chi ha detto: interroghiamo Don Sturzo o La Pira, ma le prime risposte, in un primo momento, erano soltanto sì o no.
CORALLO: L’interlocutore era dunque ignoto.
ROMANO PRODI: All’inizio sì, poi vi furono anche interlocutori vari tra i quali, per quel che mi ricordo, Don Sturzo (?)
CORALLO: Si trattava dunque di un gioco in famiglia, tra amici. Un’ultima domanda professore: tra i partecipanti, vi era anche qualche esperto di criminologia?
ROMANO PRODI: No, assolutamente no (?) Tra i partecipanti alla seduta vi ero io, che sono un economista, il professor Gobbo, che ha la cattedra a Bologna di politica economica, il professor Clo, che ha l’incarico di economia applicata all’Università di Modena e che si interessa di energia, ma di petrolio, non di fluidi. Vi era anche suo fratello che è un biologo (non so di quale branca, anche se mi pare genetica) e vi era anche il professor Baldassarri che è economista, ha la cattedra di economia politica all’Università di Bologna. Tra le donne vi erano mia moglie, che fa l’economista, la moglie del professor Baldassarri, laureata in economia, ed altre che non so cosa facciano professionalmente.
SCIASCIA: Nella lettera che è stata mandata alla Commissione, firmata da tutti voi, si dice che la proposta di fare il gioco è partita dal professor Clo.
ROMANO PRODI: Perchè era il padrone di casa.
SCIASCIA: Nella lettera si aggiunge che tutti vi parteciparono a puro titolo di curiosità e di passatempo, che la seduta si svolse in un’atmosfera assolutamente ludica.
ROMANO PRODI: Vi erano cinque bambini al di sotto dei dieci anni!
SCIASCIA: Si dice anche che nessuno aveva predisposizione alcuna di tipo parapsicologico o, comunque, pratica di queste cose, ma una certa pratica di queste cose qualcuno doveva pur averla!
ROMANO PRODI: Certo, a livello di gioco, la tecnica era conosciuta; però pratica di queste cose direi che non vi fosse. Ripeto, a posteriori, mi sono reso conto che vi è gente che tutte le sere lo fa!
SCIASCIA: Tra i dodici, qualcuno aveva pratica di queste cose?
ROMANO PRODI: Intendiamoci sulla parola pratica, onorevole Sciascia. Se qualcuno lo aveva fatto altre volte voi lo potrete sapere chiedendo agli altri, ma nella nostra lettera abbiamo detto che non vi era nessuno che, con intensità, si dedicava a questo. naturalmente vi era qualcuno che, altre volte, l’aveva fatto.
SCIASCIA: Francamente, io non saprei farlo.
ROMANO PRODI: Anche io non sapevo farlo! Non ne avevo la minima idea e, infatti, mi sono incuriosito moltissimo.
SCIASCIA: La contraddizione che emerge è questa: se c’è una seduta di gente che crede negli spiriti o, comunque, nella possibilità che si verifichino fenomeni simili, se c’è una seduta di questo genere - ripeto - e ne viene fuori un certo risultato del quale ci si precipita ad informare la Polizia ed il Ministero dell’Interno lo posso capire benissimo, ma che si svolga tutto questo in un’atmosfera assolutamente ludica, presenti i bambini, per gioco, e che poi si informi di ciò la Polizia attraverso la mediazione di uno che non era stato presente al gioco, e se ne informi quindi il Ministero dell’Interno, a me sembra eccessivo e contraddittorio.
ROMANO PRODI: Ma è venuto fuori, onorevole, un nome che nessuno conosceva! Anche se ci siamo trovati in questa situazione ridicola, noi siamo esseri ragionevoli. Ci siamo chiesti tutti: Gradoli nessuno di voi sa se ci sia? Se soltanto qualcuno avesse detto di conoscere Gradoli, io mi sarei guardato bene dal dirlo. E’ apparso un nome che nessuno conosceva, allora per ragionevolezza ho pensato di dirlo.
SCIASCIA: Direi per irragionevolezza.
ROMANO PRODI: La chiami come vuole. La motivazione reale è che con una parola sconosciuta, che poi trova riscontro nella carta geografica, a questo punto è apparso giusto per scrupolo?
SCIASCIA: Poteva far parte della insensatezza del gioco anche il nome Gradoli.
ROMANO PRODI: Però era scritto nella carta del Touring.
SCIASCIA: La signora Anselmi dice che seguirono dei numeri che poi risultarono corrispondere sia alla distanza di Gradoli paese da Viterbo sia al numero civico e all’interno di via Gradoli.
ROMANO PRODI: Questo proprio non mi sembra c’era sul giornale?SCIASCIA: La signora dice di aver sentito questo dal dottor Cavina.
ROMANO PRODI: Onestamente io non.. Non avrei difficoltà a dirlo.
CORALLO: Nell’appunto di Cavina c’è il numero della strada.
ROMANO PRODI: Può darsi che negli appunti ci sia perchè dopo abbiamo visto sulla carta, strada statale, i monti vicini. L’importante è che si trattava del nome di un paese che a detta di tutti nessuno dei presenti conosceva. Capisco che era tutta un’atmosfera irragionevole, però?
SCIASCIA: Non mi sembra determinante il fatto che non si conoscesse il nome. Viterbo si conosceva e poteva benissimo trattarsi anche di Viterbo.
ROMANO PRODI: Se fosse stato Viterbo, non ci avrei badato perchè si può sempre comporre una parola che si conosce.
SCIASCIA: Chi ha deciso di comunicare all’esterno il risultato della seduta?
ROMANO PRODI: L’ho fatto io perchè ero l’unica persona che conoscesse qualcuno a Roma. Ho parlato con tutti, con Andreatta etc. Non è che ho telefonato d’urgenza; ho detto vado a Roma e lo comunico. Questo è stato deciso una volta che si è saputo che esisteva questo paese che nessuno conosceva.
SCIASCIA: Ora le farò una domanda che farò a tutti. Lei ha mai conosciuto nessuno accusato o indiziato di terrorismo?
ROMANO PRODI: Mai.
COVATTA: II senso della domanda è se qualcuno aveva interesse ad ispirare gli spiriti.
ROMANO PRODI: E’ sempre la domanda che mi sono sempre posto anch’io.
BOSCO: All’interrogativo che si è posto, come ha risposto? Cioè se qualcuno poteva aver ispirato gli spiriti.
ROMANO PRODI: Lo escluderei assolutamente.
BOSCO: Quindi si è trattato di spiriti.
ROMANO PRODI: O del caso? Non so? Mi sembra che il senso della domanda dell’onorevole Covatta sia quello di chiedere se c’era qualcuno che voleva fare «il furbetto», spingendo in un certo modo o rallentando. Questo no. D’altra parte?
FLAMIGNI: Se avessimo ascoltato un riferimento di quella seduta in maniera molto impegnata e che i protagonisti credevano veramente allo spiritismo e alla possibilità di avere qualche forza in aiuto, allora mi darei una spiegazione, ma proprio perchè il professor Prodi parla di tutto ciò come un gioco, la mia curiosità si accentua. Ritengo che qualcuno potesse anche sapere. Parto da questa considerazione per dire che voglio conoscere le domande effettive e le risposte che sono venute fuori.
ROMANO PRODI: Ho detto le domande effettive e le risposte. Uno dei problemi che si pone per una cosa del genere è proprio quello contenuto nella sua domanda. Crede che quando è uscito il nome di via Gradoli io non mi sia posto il problema di chiedermi se c’era qualcuno che faceva il furbo? Altrimenti non sarei qui in questa situazione in cui mi sento estremamente imbarazzato ed estremamente ridicolo (?)