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duminică, 30 ianuarie 2011

Editoriale Eleutherìa

E’ per me un grande piacere presentare il primo numero di Eleutherìa, rivista del gruppo Studenti per le libertà. In questi primi mesi di fervente attività, il nostro gruppo ha avuto occasione di conoscersi e farsi conoscere. Si è discusso, tanto, di politica, a livello locale, come nazionale ed internazionale; di cultura, di economia, di sport come momento di aggregazione. E’ nostra intenzione portare su carta stampata almeno parte di queste nostre discussioni e del nostro pensiero attraverso articoli suddivisi in otto rubriche (oltre all’editoriale, le rubriche mondo università; politica interna; politica estera; economia e finanza; cultura; sport; l’angolo polemico).

Ci definiamo liberali e di centrodestra, amanti della libertà in tutte le sue forme e sempre disposti al dialogo, nel segno della reciprocità. Siamo fieri della nostra italianità e riteniamo che la democrazia liberale sia il miglior metodo di governo. Guardiamo all’Europa con fiducia e realismo, ritenendo che l’Occidente sia uno solo e che il mondo potrebbe essere migliore se tutti conoscessero il vero significato della libertà e la mettessero in pratica. I nostri propositi, le nostre idee, potrebbero dirsi “moderate”: non nel senso del non stare né da una parte, né dall’altra, o di non avere idee proprie; ma nel rifiuto di ogni estremismo e posizione preconcetta.

Ciò nonostante, è dai tempi di Enrico Berlinguer, guru della sinistra italiana (che da allora non ha avuto un leader della sua statura) che non essere di sinistra significa essere diversi.
Nella famosa intervista a Scalfari dell’81, Berlinguer parlava infatti dei mali che affliggevano il sistema politico italiano, ad eccezione (a suo parere) del Partito Comunista Italiano: “I partiti di oggi sono soprattutto macchina di potere e di clientela. […] Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, […] senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello: […] sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. […] I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal Governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la RaiTv, alcuni grandi giornali. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene giudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi”.

Rileggere oggi le parole dell’ex segretario del PCI fa un certo effetto. Sembrano una requisitoria contro il partito di Fassino, i Democratici di Sinistra, che del PCI sono i fieri eredi.
E’ così: per 50 anni la sinistra si è infiltrata in tutti i gangli della cultura e dell’informazione, mentre la DC, dimentica delle origini sturziane e degasperiane, a parte pochi esempi di limpidezza e moralità (ci riferiamo in particolare al presidente emerito Cossiga), annaspava nel suo ambiguo rapporto tra politica e malavita. In realtà la sinistra non è stata da meno; e se ha saputo scampare il pericolo Mani Pulite (il nostro garantismo ci fa fidare -ma non troppo- delle sentenze dei giudici), oggi, alla luce dell’ennesimo scandalo finanziario e dei reiterati sospetti di connivenza con la criminalità di molte amministrazioni locali di sinistra, ci sembra che sia la fazione politica meno adatta a parlare di questione morale.

Basti citare ad esempio che il 90% dei consigli comunali del napoletano (gran parte dei quali in mano ai DS) sono indagati per concorso esterno in associazione mafiosa e amenità simili, e decine di consigli comunali sono stati sciolti dal Viminale nei mesi scorsi. Il clientelismo è un male diffuso nella politica, e i fatti dimostrano che ciò è vero soprattutto per la sinistra; la quale certamente dispone di più cattedre universitarie, professori di scuole superiori, direttori di banche e giornali e amministratori locali di quanti ne disponga il centrodestra. Insomma, questa questione morale ci sembra una chimera che si rivolta contro i propri stessi assertori!

Eppure, Achille Occhetto, non nuovo a risurrezioni politiche, insisteva nel marzo 2004 da Ferrara: “Voi appartenete ad un’umanità moralmente inferiore rispetto ai pacifisti”; ergo, esistono almeno due umanità: una “superiore” ed una “inferiore”. Ecco il vero clash of civilizations!

Per Gino Strada, altro paladino della sinistra, “chi non vota no alla proroga della missione italiana in Iraq è un delinquente politico”; manco a dirlo, noi stiamo dalla parte di chi ha votato sì. Certo, ci sarebbe piaciuto che il presidente Bush avesse ascoltato il consiglio dell’alleato italiano di perseguire nella diplomazia; ma, una volta scelto di andare in guerra (per motivazioni almeno tanto ideali quanto d’interesse), l’unica via possibile per l’Italia era quella della fedeltà allo storico alleato, perpetrata attraverso l’invio di truppe di pace (a guerra conclusa) incaricate della ricostruzione e della sicurezza nei territori di competenza. Ricordiamo che il governo D’Alema (giustamente, ma illecitamente dal punto di vista del diritto internazionale convenzionale) nel 1999 partecipò al bombardamento del Kosovo, senza avallo dell’ONU; oggi, la partecipazione ad un post-guerra (che in effetti ci ha visti partecipare su richiesta dell’ONU) è invece dipinta come “la-guerra-che-Berlusconi-ha-fatto-per-leccare-il-culo-a-quell’assassino-di-Bush”.
Sì, si tratta delle stesse persone che votano per questa sinistra e che berciano cori irripetibili sulla morte dei nostri carabinieri, martiri di pace a Nassiryia. La situazione paradossale è che per mesi chi blaterava “ritiriamo le nostre truppe dall’Iraq” o parlava di “occupazione avversata dai resistenti” ha goduto di gran credito presso i media italiani.

Oggi questo atteggiamento è reso ancora più colpevole dalle violente contestazioni in tutto il mondo musulmano per la pubblicazione di alcune vignette satiriche sulla religione islamica e Maometto.

Ci duole costatare (anche se molti fingono di non saperlo) come ormai sia possibile insultare solo Gesù e la religione cattolica: a titolo di esempio, si guardino le vignette di Vauro sul Nazifesto, o quelle di islamici che dipingono il papa come un suino, o le affermazioni deliranti di tale Adel Smith, noto per aver definito la Chiesa una “associazione a delinquere” e il Crocifisso un “cadaverino in miniatura”. (!)

Il doppiopesismo dimostrato dalla sinistra italiana ed europea nel condannare le vignette dell’ininfluente giornale danese e nell’ignorare tutto il resto è disarmante. Così come ha dell’incredibile il licenziamento del direttore di France Soir ad opera dell’editore, ed è inaccettabile la timidezza dei governanti occidentali nel condannare le violenze contro le proprie ambasciate e i propri simboli. Bruciare una bandiera nazionale è una caratteristica che accomuna islamici e sinistri (aggiungiamo “estremisti” a entrambi i termini, per carità!)

Tutto questo ci sembra un inevitabile segno della pericolosità del relativismo, della dottrina secondo cui un’idea, una cultura, una religione valgono l’altra. Di quella forma mentis secondo cui è un delitto parlare di migliore e di peggiore, categorie riportabili sotto il termine “differente”, specchio della political correctness. Ebbene, noi riteniamo che nel valutare il mondo che ci circonda non sia possibile derogare ai valori fondamentali della vita, della libertà, del rispetto della persona. Una civiltà basata sull’odio nei confronti dell’altro e soprattutto sulla negazione di questi valori è certamente peggiore di una che, pur fra mille contraddizioni, su questi valori si basa.

Certo, le culture non si caratterizzano come blocchi monolitici. Ma gli episodi di violenza (trascurando quelli terroristici) scatenati dall’applicazione dei più banali diritti di libertà, quelli di pensiero e di stampa, perpetrati in molti paesi musulmani, certificano che c’è molto da cambiare nella mentalità di quei popoli.
Un mondo migliore è possibile. Ma come? La maggior parte dei bambini africani andrà a letto affamata ogni notte del 2006, ma gli sforzi comuni degli scorsi anni per la riduzione del debito dei paesi poveri e per gli aiuti allo sviluppo lascia ben sperare. La tecnologia, in particolare quella a basso costo concepita per diffondere il benessere nei paesi poveri, inizierà ad essere più largamente fruibile. Un esempio: da quest’anno nei paesi in via di sviluppo faranno la loro apparizione il computer portatile da 100 dollari, il cellulare da 20 dollari e una serie di trattamenti per le malattie, accompagnati dalla promessa di maggiori fondi per la ricerca e lo sviluppo.
L’India raggiungerà la Cina nel novero delle nuove potenze economiche emergenti; New Orleans verrà ricostruita e l’Europa mostrerà un nuovo realismo, come spiega il presidente della Commissione Barroso (a proposito, l’Italia è stata recentemente lodata da Bruxelles per la sua condotta…)

Questi interventi “a pioggia”, tuttavia, non risolveranno certo i problemi dell’umanità. Seguendo la visione italiana della politica estera, misto di realismo ed idealismo, e le teorie di studiosi come Natan Sharansky, non si può non guardare ad una Lega delle democrazie come soluzione vincente per la risoluzione dei problemi della comunità internazionale, e in particolare dei paesi del terzo e quarto mondo. Qui più che altrove la mancanza di democrazia implica una mancanza di libertà e un’impossibiltà di diffusione della ricchezza. Le ristrette élites di questi paesi detengono tutte le risorse politiche ed economiche, lasciando la popolazione nella povertà. Gli aiuti dall’estero spesso non portano a un miglioramento generale della situazione proprio per la voracità dei dittatori, che a volte chiedono legittimazione per mezzo di elezioni fittizie.

Nel recente editoriale intitolato The one thing Bush got right, il settimanale inglese The Economist ha sottolineato proprio come la missione di diffondere la democrazia sia la strada giusta per la risoluzione di molti problemi del mondo. Strada che gli Stati Uniti e altri paesi occidentali hanno seguito negli ultimi anni, con l’impegno di continuare a lavorare in tal senso.

La storia dimostra che la principale caratteristica della democrazia - la libertà di eleggere e mandare a casa il proprio governo - non garantisce che i paesi che la adottano siano buoni vicini o facciano sempre le scelte giuste. L’amministrazione repubblicana, però, ha avuto degli innegabili meriti: ha deposto due regimi, quello dei talebani e quello di Saddam Hussein, ritenuti pericolosi e, invece di imporre delle forti personalità amiche, come fatto durante la guerra fredda, ha lasciato che afgani e iracheni decidessero liberamente per la prima volta il proprio governo.

L’Italia deve assolutamente porsi su questa scia, come fatto negli ultimi 5 anni, a dimostrazione che l’Occidente è uno solo e che la libertà e la democrazia sono gli obiettivi da perseguire.

Con la libertà personale, verrà per i paesi poveri la liberalizzazione di mercati e servizi. Anche in Europa, come richiesto dal Fondo Monetario Internazionale, è questa la ricetta da seguire. La liberalizzazione, portando maggior concorrenza, è una risposta semplice ed efficace agli utopismi statalisti della sinistra. Berlusconi ha avuto il merito, tra l’altro, di affievolire in Italia la logica dell’assistenzialismo, dello stato sociale pesante, contrapponendovi la cultura della libera iniziativa, che la storia dimostra vincente sulle utopie comuniste e su quelle keynesiane.

Avendo dinanzi a noi gli esempi di Margaret Thatcher, Ronald Reagan, e più recentemente Silvio Berlusconi e Tony Blair, non possiamo non desiderare uno stato ispirato dal liberalismo, e in cui trovi sempre meno spazio l’inutile burocrazia.

Noi abbiamo un sogno, realizzabile: che la libertà in ogni sua forma prevalga sulle imposizioni di Stato, Religione, Politica, Economia, Utopia, ed è per questo che spingiamo per il trionfo di democrazia, libertà e liberalismo in ogni parte del globo.

Berlusconi for president

Il testo integrale dello storico discorso del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi al Congresso americano, interrotto 18 volte da applausi e varie standing ovations. Tutti, democratici e repubblicani, hanno apprezzato il discorso del nostro presidente. Il contenuto nobile ed orgoglioso entrerà nella storia, mentre le polemiche faziose dell'opposizione cadranno nel più ignobile oblio.


Grazie a Daw per l'immagine e il video del discorso.
«Signor Presidente, Signor Vice Presidente alla Camera dei rappresentanti, Signori membri del Congresso, è per me uno straordinario onore essere stato invitato a pronunciare questo discorso nel luogo che è uno dei massimi templi della democrazia. Parlo in rappresentanza ed a nome di un Paese che nei confronti degli Stati Uniti d’America ha un’amicizia profonda, che agli Stati Uniti si sente legato da vincoli plurisecolari.
Una parte importante dei cittadini americani ha origini italiane. Per loro l’America è stata una terra di opportunità che li ha accolti generosamente ed essi hanno contribuito con il loro ingegno e con il loro lavoro a rendere grande l’America. E sono orgoglioso di vedere quanti cittadini di origine italiana sono oggi membri del Parlamento della più grande democrazia del mondo.Per la generazione di italiani alla quale appartengo gli Stati Uniti rappresentano il faro della libertà e del progresso civile ed economico.
Sarò sempre grato agli Stati Uniti per aver salvato il mio Paese dal fascismo e dal nazismo a costo del sacrificio di tante giovani vite americane. Sarò sempre grato agli Stati Uniti perchè nei lunghi decenni della guerra fredda hanno difeso l’Europa dalla minaccia dell’Unione Sovietica. Impegnando ingenti quantità di uomini e di mezzi finanziari in questa battaglia vittoriosa contro il comunismo gli Stati Uniti permisero a noi europei di destinare risorse preziose alla ripresa e allo sviluppo della nostra economia.
Sarò sempre grato agli Stati Uniti per aver aiutato il mio Paese a vincere la povertà ed a conseguire crescita e prosperità dopo la Seconda Guerra Mondiale grazie alla generosità del Piano Marshall.
Ed oggi sono ancora grato agli Stati Uniti che continuano a pagare un alto prezzo in termini di vite umane nella lotta contro il terrorismo, per la sicurezza comune e per la difesa dei diritti umani in tutto il mondo.
Quando guardo la vostra bandiera, non mi stancherò mai di ripeterlo, non vedo soltanto la bandiera di una grande democrazia e di un grande Paese, ma vedo soprattutto un simbolo, un messaggio universale di democrazia e libertà.
Signor Presidente, questi sentimenti hanno ispirato tutta la mia attività politica e l’azione dei governi che ho avuto l’onore di guidare.

Gli Stati Uniti hanno sempre potuto contare su un alleato solido e leale, pronto ad assumersi la responsabilità di essere al vostro fianco per la difesa della libertà. Lo abbiamo dimostrato dovunque l’impegno concreto dell’Italia sia stato necessario. Ne siamo profondamente orgogliosi.
Sono 40.000 i militari italiani destinati esclusivamente alle missioni di pace.
In Afghanistan abbiamo ora il comando della missione ISAF della Nato.
In Iraq siamo impegnati in compiti di pacificazione e di costruzione della democrazia.
Nei Balcani abbiamo assunto il comando delle missioni in Kossovo e in Bosnia Erzegovina.
E siamo anche in Medio Oriente, in Sudan ed in altre parti del mondo, là dove si sono aperte delle ferite che occorre sanare.
Signor Presidente, prima degli atroci attentati dell’11 settembre i Paesi occidentali vivevano nella certezza della propria sicurezza. Vivevano nella certezza che nulla, dopo il crollo del Muro di Berlino, avrebbe potuto interferire con la loro vita civile e democratica.
Nel 2001, appena insediato il mio secondo governo, mi trovai a presiedere il vertice G8 di Genova.
Terminati i lavori previsti dall’agenda del Vertice, la cena conclusiva divenne una cena tra amici.
Io mi tirai un po’ indietro dal tavolo quasi come un osservatore esterno, per godermi il dialogo cordiale che si svolgeva tra i leader dei più grandi Paesi industrializzati del mondo.
Il Presidente Bush conversava amabilmente con il Premier giapponese Junichiro Koizumi. Pearl Harbour e Hiroshima erano definitivamente lontani. Il Primo Ministro Blair scherzava con il Cancelliere Schroeder. E poi ancora il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin si intratteneva amichevolmente con il Presidente Bush.
La tragedia della seconda guerra mondiale e la guerra fredda, durata così tanti anni, erano lontane e dimenticate. Io provai, dentro di me, una grande felicità. Pensai che il mondo era davvero cambiato e come era diverso e in pace il mondo che consegnavamo ai nostri figli. Per loro si era aperta una nuova epoca di pace duratura.
E invece pochi mesi dopo accadde l’impensabile.
L’11 settembre ha segnato l’inizio di una guerra completamente diversa rispetto a quelle che hanno insanguinato l’umanità nei secoli passati. Non un conflitto tra Stati, non uno scontro di civiltà, poiché non si tratta di un attacco dell’Islam all’Occidente. L’Islam moderato alleato delle democrazie occidentali è anch’esso nel mirino dei terroristi. Si tratta di un attacco da parte del fondamentalismo radicale che usa il terrorismo contro l’avanzare della democrazia nel mondo e contro il dialogo tra le civiltà.
Le democrazie occidentali si trovano di fronte all’attacco di organizzazioni fanatiche che colpiscono persone inermi e minacciano i valori fondamentali su cui si fonda la nostra civiltà.
I governi democratici devono adempiere ad un compito enorme: difendere la sicurezza dei loro cittadini e garantire la loro “libertà dalla paura”.
Questa è la nuova frontiera della libertà.
Signor Presidente, io sono profondamente convinto che per difendere questa frontiera oltre al generoso impegno del vostro grande Paese, sia necessaria una grande alleanza di tutte le democrazie.
Io credo che solo unendo gli sforzi delle democrazie di tutti i continenti riusciremo a liberare il mondo dal pericolo del terrorismo internazionale e dalla paura dell’aggressione da parte delle forze del male.
La battaglia per la libertà dalla paura non è una battaglia a vantaggio soltanto dei cittadini dei Paesi che già vivono nella democrazia. E’ soprattutto una battaglia a vantaggio di quanti oggi vivono sotto regimi autoritari e illiberali.
La storia ha dimostrato che l’aspirazione alla democrazia è universale e che libertà e democrazia sono positivamente contagiose. Quando i popoli sono esposti al vento della democrazia essi inevitabilmente rivendicano i propri diritti di libertà nei confronti dei loro governanti. Voi lo sapete bene perché il vostro Paese è il principale promotore di questo vento di libertà.
Ma c’è un altro motivo non meno importante per cui si impone una strategia comune da parte di tutte le democrazie.
Le previsioni delle Nazioni Unite ci dicono che nei prossimi 25 anni avremo un ulteriore aumento della popolazione di 2 miliardi di persone, ma saranno 2 miliardi di persone che in massima parte nasceranno e si troveranno a vivere in Paesi che oggi sono esclusi dal benessere.
Da una parte ci saranno quindi 6 miliardi di esseri umani che vivranno in condizioni di povertà e dall’altra parte meno di 2 miliardi di uomini che vivranno nel benessere. Si svilupperà inevitabilmente una fortissima pressione migratoria.
Per evitare che questo avvenga e ancor di più, che la fame e la disperazione possano generare odio ed essere strumentalizzate dal fondamentalismo non c’è altra soluzione che quella di far uscire questi Paesi dalla miseria e avviarli verso il benessere. E’ un nostro dovere morale ma è anche un nostro interesse vitale. Questo sarà possibile soltanto diffondendo e facendo crescere la democrazia. Tutti i nostri sforzi devono quindi essere indirizzati a far crescere in questi Paesi istituzioni che garantiscano il buon governo, lo Stato di diritto, il rispetto dei diritti umani e un’economia di libero mercato. Solo con la democrazia infatti si può avere la libertà. E solo la libertà garantisce che gli individui possano sviluppare i propri talenti, possano mettere a frutto le loro energie, possano realizzarsi e conquistare il benessere.
Non c’è quindi davanti a noi nessun’altra strada possibile se non quella di impegnarci tutti insieme, per diffondere la democrazia nel mondo.

Il governo da me guidato ha sempre operato con tenacia per una grande alleanza di tutte le democrazie. Ed è per questo che ho sostenuto con convinzione l’iniziativa del Presidente Bush di istituire un Fondo per la democrazia in seno alle Nazioni Unite.
Per queste ragioni, lo ripeto, sono convinto che lo sforzo che ci attende da qui in avanti è quello di promuovere in tutti i Paesi la cultura dei diritti dell’uomo e delle sue libertà fondamentali.
Signor Presidente, per condurre vittoriosamente questa missione è necessario innanzitutto che i legami tra Unione Europea e Stati Uniti, tra le due sponde dell’Atlantico, si mantengano forti e solidi.
Proprio perché persuaso di questa esigenza mi sono impegnato in una decisa e continua azione diplomatica e politica nei confronti dei miei colleghi europei affinchè, in occasione della vicenda irachena, l’Unione Europea non indebolisse i suoi legami con gli Stati Uniti d’America.
Per lo stesso motivo non possiamo ignorare il pericolo che l'identità dell'Europa unita si definisca in contrapposizione all’America. La necessaria integrazione politica ed istituzionale dell’Europa non deve significare una “Fortezza Europa”, chiusa al mondo nell’illusione di conservare così il proprio benessere e la propria libertà.
Una concezione dell’unità europea improntata ad una velleitaria autosufficienza sarebbe moralmente sospetta e politicamente pericolosa.
Una divaricazione o peggio una contrapposizione tra gli Stati Uniti e l’Europa non avrebbe alcuna giustificazione e comprometterebbe la sicurezza e la prosperità del mondo intero.
L’Occidente è e deve restare uno solo: non ci possono essere due Occidenti. L’Europa ha bisogno dell’America e l’America ha bisogno dell’Europa. Questo è vero sul piano politico, sul piano economico e sul piano militare.E’ quindi assolutamente necessario, anzi è fondamentale sostenere e rinvigorire l’Alleanza Atlantica, l’alleanza che per più di mezzo secolo ci ha garantito la pace nella libertà.
Da “alleanza di difesa” la Nato sta progressivamente diventando un’organizzazione di sicurezza. Mentre le alleanze difensive sono esclusive, cioè create per proteggersi dalle minacce di altri blocchi, le organizzazioni che proteggono la sicurezza devono essere inclusive, perchè sono tanto più efficaci quanto maggiore è il numero dei Paesi che ad esse aderiscono.
E’ proprio per queste ragioni che mi sono battuto affinchè si desse vita al Consiglio NATO-Russia coinvolgendo la Federazione Russa nell’architettura di sicurezza del mondo libero.
Sono orgoglioso di aver lavorato insieme al Presidente Bush e al Presidente Putin affinché questo avvenisse e affinché questa storica decisione che confermò definitivamente l’adesione della Federazione Russa all’Occidente ed ai suoi valori trovasse poi consacrazione proprio in Italia, allo storico Vertice di Pratica di Mare.
Quel giorno del 2002 ha segnato la fine dell’incubo dell’annientamento reciproco di due blocchi armati e contrapposti, un incubo durato più di mezzo secolo.
La NATO deve quindi restare lo strumento fondamentale per garantire la nostra sicurezza.
Per questo le nuove capacità di Difesa Europea devono essere complementari a quelle della NATO. Insieme, NATO ed Unione Europea devono essere gli strumenti della democrazia per garantire la sicurezza nel mondo ormai globalizzato. Mi sono sempre adoperato per conseguire questo obiettivo che considero strategico e continuerò a farlo. In tale quadro le Nazioni Unite dovranno recuperare un ruolo centrale grazie ad un processo di riforme che le rendano più efficienti per rispondere alle nuove sfide del millennio.Signor Presidente, i nostri valori di democrazia e di libertà hanno condotto l’Occidente ad assicurare ai nostri popoli una prosperità che non ha eguali nella storia dell’umanità.
La storia ha dimostrato che soltanto la democrazia consente una solida economia di mercato perché libertà politica e libertà economica sono due facce della stessa medaglia.
Siamo tuttavia consapevoli che vi sono Paesi del mondo che si stanno aprendo all'economia di mercato, ma nei quali non vi è ancora né autentica democrazia, né un sufficiente rispetto dei diritti dell'uomo. Questo impone ai Paesi più sviluppati e democratici di operare con determinazione affinché ovunque l'apertura al libero mercato si accompagni alla crescita delle istituzioni democratiche e al rispetto dei diritti dell'uomo.
L’economia di mercato è sempre un motore formidabile per favorire la trasformazione dei Paesi con regimi autocratici od autoritari in vere e proprie democrazie.

L’azione per l’espansione dell’economia di mercato nel mondo è quindi una parte essenziale dell’azione per l’affermazione dei nostri valori, per l’affermazione della libertà, per un mondo più sicuro, più solidale e più prospero.
Signor Presidente, Signor Vice Presidente, Signori membri del Congresso, i legami tra il popolo americano ed il popolo italiano hanno radici lontane e profonde. Sono sicuro che continueranno a rafforzarsi, e che gli Stati Uniti troveranno sempre nell’Italia una nazione con la quale condividere la medesima visione del mondo.
Vorrei concludere ricordando una breve storia.
La storia di un ragazzo che alla fine dei suoi studi liceali fu portato dal padre a visitare il cimitero in cui riposano molti giovani valorosi soldati, giovani che avevano attraversato l’Oceano per ridare dignità e libertà ad un popolo oppresso. Nel mostrargli quelle croci, quel padre fece giurare a quel ragazzo che non avrebbe mai dimenticato il supremo sacrificio con cui quei soldati americani avevano difeso la sua libertà. Gli fece giurare che avrebbe serbato per il loro Paese eterna gratitudine. Quel padre era mio padre, quel ragazzo ero io. Quel sacrificio e quel giuramento non li ho mai dimenticati e non li dimenticherò mai. Vi ringrazio».

Le ragioni di un voto

E' successo molto nelle ultime settimane... Tra esami, una campagna elettorale durata da ottobre, lunga ma entusiasmante, siamo giunti alla conclusione. Domani e lunedì si vota.

Non mi dilungherò molto sul fatto che una persona intelligente e informata (e senza scheletri nell'armadio) non possa non votare per la Casa delle libertà (io voterò, come ovvio, per Forza Italia).

A dimostrazione della mia tesi porto una considerazione sui tre temi che più di tutti contano (o dovrebbero contare) in politica:

1) Politica estera: a dispetto del nome, l'Unione non ha una politica estera comune (come dimostra il ridicolo programma che ha proposto, frutto dello "studio" di "esperti" dei vari settori, poi incollato assieme in una serie ininterrotta di errori grammaticali e di sintassi, oltre che in sprezzo al buon senso e alla concretezza), e se c'è l'ha è quella dei Bertinotti e dei Ferrando. Chiudo qui perchè non c'è bisogno di aggiungere altro. Sull'incapacità del centrodestra di difendere l'unica politica estera credibile per l'Italia, la propria, leggi Le Guerre Civili.

2) Politica economica: l'Unione al governo ha aumentato la pressione fiscale, tenendo alte le aliquote dell'IRPEF e inventando due nuove tasse (IRAP e tassa sull'Europa, non restituita come promesso); ora vuole aumentare la tassazione sulle rendite finanziarie e "redistribuire il reddito", mentre il suo quasi-leader non fa pagare ai figli la tassa di successione, che però vorrebbe far pagare agli italiani. Il centrodestra, in 5 anni di governo, nonostante la congiuntura internazionale sfavorevole, ha diminuito la pressione fiscale, aumentato le pensioni minime, rinnovato i contratti dei dipendenti pubblici e tagliato gli sprechi. In caso di vittoria, continuerà a farlo, con l'impegno ulteriore di abolire l'imposta comunale sugli immobili e l'IRAP prodiana.

3) Valori: in un paese a maggioranza cattolica e comunque portatore di valori irrinunciabili: primato della persona, diritto alla vita, famiglia come nucleo fondante della società, la sinistra propone la visione intollerante e laicista dei Caruso, Luxuria, Ferrando, rosapugnanti e affini, mentre il centrodestra ha dimostrato di lavorare sempre nel rispetto di questi valori. Una coalizione in cui ha voce chi ritiene la Chiesa "talebana", chi bercia corri irripetibili sui nostri soldati caduti a Nassirya, chi vorrebbe permettere agli omosessuali di sposarsi e adottare bambini non merita il voto degli italiani.

Spero che le elezioni diano ragione ai moderati, ai liberali e a coloro che non vogliono i noglobal al governo. Cittadini, al voto!